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Nonostante il lavoro, la fabbrica, i turni, la speranza di ricominciare in modo diverso

di Dektonix, Dolo
Ciao Monica e Luigi!
Rieccomi qui in dita e tastiera attraverso questo misero supporto di carta a sua volta brandello di albero nonché molecola di ossigeno.
Questa sera le cose non sono estremamente rosee. Tanto per iniziare è domenica. Non che questo sia determinante ma, se proprio si vuole cercare il fulcro del discorso, si potrebbe dire che è la classica ciliegina sulla torta. Per di più sono in ferie. E che male c’è in tutto questo direte voi. Beh assolutamente nulla. Però resta sempre dell’amaro in bocca, l’insana sensazione di essere incastrato in qualche cosa dalla quale è ben difficile divincolarsi. Mi spiego sennò resto nebuloso.
Come avrete capito lavoro in uno stabilimento dove, per assicurare il massimo guadagno al nostro datore di lavoro, l’orario è suddiviso in tre turni, ossia: mattino, pomeriggio e notte. La cadenza è: mattino-mattino-riposo-notte-notte-riposo-pomeriggio-pomeriggio-riposo e di nuovo mattino-mattino-riposo... ma forse lo sapete già come vanno questi discorsi.
Così, a ciclo continuo, e dopo cinque anni di lavoro, eccomi qui a godermi questa domenica quale fosse un giorno qualsiasi. A rendermi conto che l’ho passata con mio padre a riordinare il garage per far posto alla moto che ho appena acquistato. Questo, in realtà, non è un male ma è il risultato di non riuscire più a distinguere i giorni tra di loro.
A poco conta se è festa o no. Natale, Pasqua o che altro. Lavori e alla fine perdi il conto di tutto. E che resta in cassetto? Il ricordo di come aspettavo le domeniche da studente. Per non parlare del sabato poi. Ma in questo c’è qualche cosa di più denso.
La turnazione così concepita mi ha escluso piano piano dal comune mondo facendomi perdere un’occasione alla volta portandomi, dopo tutto questo tempo, ad un banale appiattimento della mia vita sociale. Questo senza contare tutte quelle relazioni con vecchi amici che il tempo e il poco frequentarsi ha irrimediabilmente ridotto ad un lumicino.
Ecco: il quadro oramai è completo. Che mi resta? A volte mi piacerebbe buttarmi in mezzo a qualche bolgia e rifare una delle mie vecchie cazzate da ventenne. Ma se lo spirito non manca, sento che le mie stupidaggini non siano più all’altezza di quelle che vengono fatte oggi.
Da buon trentenne, o quasi, mi rendo conto di appartenere ad una generazione diversa dai ventenni di oggi. Per quanto d’accordo vada con loro, trovo che la maggior parte delle loro trasmissioni siano leggermente fuori banda rispetto alla ricevente della mia antenna. Questo non è certo una colpa, ma per quanto mi sforzi, faccio fatica a sintonizzarmi e per cui non sforzo nulla per timore di creare qualche cosa di poco vero e genuino.
Ma la mia vena ottimistica mi spinge ancora un po’ e per questo non ho paura di quello che mi sta accadendo. So che a questo c’è rimedio e per cui non mi mette in ansia. Quello che in realtà mi spaventa più di tutto è che in questi cinque anni di lavoro si è fatta fottere un po’ di quell’elasticità mentale nei confronti di alcune cose come, ad esempio, l’afferrare al volo determinati passaggi logici o il capire alla prima lettura un articolo di un qualsiasi giornale. Spesso devo farmi ripetere un concetto perché lo capisca a fondo.
Vi giuro che non è normale e tanto meno fa piacere capire che per troppo tempo il cervello si è atrofizzato ad un monotono trantran quotidiano. D’accordo sarò diventato una scheggia nel capire se questa o quella manovra che ho fatto mentre lavoravo ha portato questo o quel risultato ma, ahimé, oltre a questo il buio.
Così ho deciso di iscrivermi all’Università. So per certo che questo mi costerà fatica, sacrificio e denaro, ma voglio ritornare ai tempi prima del Servizio di Leva, dove tutto era alla mia portata quando, per qualsiasi cosa volessi approfondire, con un po’ di buona volontà ogni cosa era più semplice.
Secondo voi è una strada valida quella che sto per iniziare? Cosa ne pensate? Che sia un rimedio anche per infoltire un po’ la mia vita sociale? Mah, i dubbi restano come pure la certezza che mi sono incastrato in qualche cosa di decisamente ostico da rimuovere. E vabbé. Tiriamoci su le maniche. Beh, ora vado a nanna. Le tre del mattino e comincia a fare fresco. Ah, non solo al Bruno le vene giornalistiche funzionano meglio oltre la mezzanotte...

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La nostra risposta:
Caro Dektonix,
strano che non ti abbiano detto che se lavori di più è per il tuo bene, perché il bene dell’azienda è il tuo bene, perché siamo tutti sulla stessa barca, che siamo tutti una famiglia, che tutti sono necessari ma nessuno è indispensabile (quest’ultima come velata minaccia in tono bonario, tanto per farti capire che se non fai in modo di essere necessario, sloggi). E strano che nessuno ti abbia al contrario parlato di alienazione, uno dei cui effetti principali consiste nel fatto che, lavorando lavorando, tutto ciò che non riguarda il tuo lavoro ti diventa estraneo. Tanto più se la tua vita è scombussolata, anzi messa ’fuori quadro’, dal sistema dei turni. Come se tu fossi un fotogramma sfalsato rispetto a tutti gli altri del film che, bene o male, studiando o lavorando, hanno un ritmo comune.
Non so giudicare la tua decisione di iscriverti all’Università. E’ un impegno gravosissimo, non tanto economicamente quanto intellettualmente. Il tuo malessere, che deriva non dalla mancanza di fare cazzate, quanto da quella di capire, testimonia a tuo favore, ma certo ti ci vorrà una volontà degna di Vittorio Alfieri. Forse sarebbe stato più facile seguire un qualche corso o seminario in qualche associazione culturale. Fare l’Università, anche una facoltà fra le più semplici, e contemporaneamente lavorare come fai tu, è tremendamente difficile.
Certo non possiamo consigliarti di lasciare il lavoro. Il tuo malessere è nulla nel confronto di qualcuno che, magari con moglie e figlio, si alza la mattina ed ha l’angoscia di non avere lavoro. Da una parte per i soldi che servono per vivere, comprare le scarpe al figlio e così via, ma dall’altra per il sentirsi inutile, uno scarto come quelle ceste di verdure marce che rimangono quando chiude il mercato.
Possiamo però sperare che tu affronti l’Università non con lo scopo di fare un sacco di esami e prendere la Laurea, ma che abbia scelto una facoltà che ti interessa veramente, con lo spirito di approfondire e studiare materie ed argomenti che ti appassionano. Seleziona uno o due corsi del primo anno e studia non per avere un bel voto, ma per sincero interesse personale, per stimolo e curiosità intellettuale.
E, come si dice, in culo alla balena!

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