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Il mestiere di scrivere fra egocentrismo e ’missione’

di Gianluca, Vercelli
Scrivere é bello.
Vuol dire possedere la capacità, nonche l’indubbio POTERE (!!!!), di dare una forma alle tue emozioni, fermare il tempo, giocare a dama con la morte e i suoi orologi e scolpire il monumento del suo sogno. Dare vita agli Universi. Come Dio. A volte più bastardi, a volte meno eccentrici, noi scrittori ci muoviamo nella fauna della gente... dicon tutti osservando, ma io ritengo VIVENDO ogni giorno qualcosa. Per raccontare. Raccontare un po’ di sé ed un po’ d’altrui. Spesso, si lavora su noi stessi, ci vivisezioniamo nelle nostre storie e dividiamo quel pane con ogni nostro personaggio, ogni atmosfera, fino a divenire un manto che ricopre e avvolge tutto quanto.
Ci stanno facendo MORIRE!
L’Underground é forse scomparso? Perchè é così difficile trovare spazi, pagine, o, cazzo, anche dei fottuti trafiletti dove ficcare la nostra roba?!! Le Case Editrici parlano di crisi, eppure li vedo quei libri che, fino a 6 mesi fa, costavano trenta carte, svenduti a meno di 6000 lire in edizioni che è meglio stare zitti. Chiunque ti spara in faccia la solita storia, in parte -direi- anche comprensibile, che é un rischio scommettere somme su gente nuova. Ma allora i "vecchi", prima di essere assurti al successo, non erano forse anche loro "gente nuova"?!!!???
Ricordo un Editore. Lavoravo per la sua rivista, un giornale di cultura e attualità che in questa sede chiameremo X, nella pagina dedicata alla narrativa. Scrittore -naturalmente, INEDITO- di romanzi, sino ad allora, mi ero gettato nell’esperienza dello scrivere racconti brevi con una certa foga e producevo alla grande, sissignori, ALLA GRANDE! Poi, il tizio, dopo più di un anno in attivo da parte mia, decide di farmi un discorso: da papà buono, mi domanda perchè, accipicchiolina (!!!!!), un ragazzo di 17 anni dovesse scrivere racconti tanto forti, per molti versi, diceva, sconvolgenti e, certamente, tristi. La gente è pigra, sempre parole sue, e non bisogna, pertanto, scrivere racconti che inducano la gente a pensare. Non dimenticherò mai questa frase. NON BISOGNA SCRIVERE RACCONTI CHE INDUCANO LA GENTE A PENSARE. Come può una cosa che nasce dalla riflessione e, spesso, dalla sofferenza, non indurre a riflettere a sua volta il lettore? Essere uno scrittore, caro il mio signor Editore della rivista X, non vuol dire inventarsi storielle del cazzo tra la signora Iole e il tubista che va a ripararle il cesso intasato dal vomito del marito di lei che la picchia, la insulta, beve e va a troie. Nessuno mi piazza dietro il vetro di una finestra a guardare che cazzo fanno i miei simili e dargli un’identità pescando a caso dall’elenco del telefono. Per la cronaca, essere uno scrittore significa rendere speciali le proprie sensazioni, saper dosare le parole ed imprimere in ognuna di esse un frammento della propria anima che si dibatte impazzita. Il racconto deve essere qualcosa di vivo, io voglio inchiodare alla poltrona chi legge, indurlo a regalarmi cinque minuti della sua vita per vivere con me una sensazione, scuotergli l’apatia, fargli provare il concentrato di emozioni VIVE che provo io quando mi metto al tavolo.
Uscito dall’esperienza nella rivista X, pensavo non fosse possibile fare questo: ritenevo il terreno troppo arido perchè i semi potessero germogliarvi. Ma ora, quando dò le mie cose in giro, quando ricevo lettere dalle pubblicazioni che qualche testata mi dedica (annovero anche Totem, vero Monica?), ora posso dire che molto si può fare, le acque si muovono bene: la gente é aperta, attenta, sensibile ma ipercritica e se si frollano i marroni te lo dicono. Oddio, quest’ultima ipotesi non ho ancora avuto modo di constatarla, ma sono qui già pronto. Quello che é importante, é dar modo all’Underground letterario di vivere. Dateci uno spazio. Vi garantisco che non é un errore: con un amico, ci si é provato qui a Vercelli in una rivista locale e, alla faccia della nomina di postaccio borghese che la nostra cittadina si porta dietro, siamo riusciti a dar voce ad un bel po’ di gente interessante. Vi dirò di più: saremmo anche pronti a lavorare per voi, se aveste bisogno di una mano nell’organizzare un progetto di questo tipo. In tal caso, potete telefonarmi ai numeri che vi trascriverò al fondo della lettera. Ne sarei felice, perchè ci credo. Ci credo, perchè so che, nel caso in cui questa missiva venisse pubblicata, in questo momento ci sono occhi attenti tra le righe, occhi interessati a tutta questa storia: SCRIVETE! Non abbiate timori di buttare fuori quello che avete dentro: l’avete già fatto scrivendo le vostre cose, non sarà peggio condividerle e regalare qualche emozione pura a chi é come noi, ma non ha il nostro stesso potere nelle mani. Fatelo. Ora. Ci sono da accendere delle micce in giro. Dal canto mio, ce la sto mettendo tutta.
A proposito: non mi sembra giusto istigare gli altri senza fare un cazzo io. Dunque, oltre alla presente, vi mando una mia brevissima e recente creazione: "LANCETTE SOSPESE". Se non intendete pubblicarla, sarei comunque felice nel sapere che l’avete letta, sperando vi abbia dato qualcosa. Ma a parte parlare di me, parlate di quello che ho proposto. Non m’interessa venire pubblicato, anche se, okay, é già accaduto un po’ di volte, ma mi piacerebbe vedere che di queste voci nell’ombra si parli.

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La nostra risposta:
Caro Gianluca,
nemmeno nei più vividi momenti di egocentrismo ho pensato che scrivere fosse un potere (anzi, un POTERE (!!!!), tutto maiuscolo e con quattro punti esclamativi), che fosse "giocare a dama con la morte" e così via...
Scrivere per far pensare la gente? Non so cosa ti abbia detto quell’editore, ma propendo per l’ipotesi che tu, un po’ troppo pieno di te stesso e del tuo potere, anzi POTERE (!!!!), abbia frainteso. Forse lui non voleva farti una critica troppo violenta, ed ha cercato di parlarti in modo diplomatico. Io lo sono un po’ meno, anche perché spero che da allora tu sia cresciuto e maturato, e quindi ti dirò quello che quel pover’uomo ha cercato di farti capire.
Innanzi tutto scrivere lo possono fare tutti. Basta prendere una penna in mano e si può scrivere un numero di telefono o la lista della spesa. E’ questo che vuoi scrivere? No: tu vuoi scrivere cose che altri leggano, allora per scrivere per gli altri ci vuole tanta ma tanta, ma tanta, ma tanta umiltà. Non bisogna mettersi, né tanto meno considerarsi al di sopra o meglio degli altri, né credere di avere un potere sugli altri, o voler insegnare agli altri, o comunque volergli far fare qualcosa, fosse anche pensare.
A 16/17 anni si può desiderare fortemente di diventare uno scrittore, ma non si può essere già uno "scrittore INEDITO di romanzi" e produrre "ALLA GRANDE" racconti "tanto forti... sconvolgenti...". Devi, prima di tutto, imparare moltissimo; a scrivere (magari leggendo cento volte più tempo di quello trascorso a scrivere) ed a vivere. Di violinisti, pianisti, anche compositori "in erba", di genii giovanili nella pittura o nella matematica ce ne sono stati parecchi, ma di "piccoli genii" nella letteratura non ne ho mai sentito parlare. Perché per poter scrivere bisogna saper vivere. Vivere, aver vissuto, nel mondo e fra la gente. Di sicuro è alquanto negativo credersi come Dio.
Essere uno scrittore, caro il mio signor Gianluca, non vuol dire per nulla "rendere speciali le proprie sensazioni": o sono speciali o non lo sono, è inutile cercare di renderle speciali. Credi che la tua "anima che si dibatte impazzita" sia poi così speciale da interessare al mondo intero? Non solo dormo tranquillamente senza conoscerla, ma dirò di più: non me ne può fregare di meno della tua anima e delle "sensazioni VIVE" che provi quando ti metti al tavolo.
Nessuno vuole piazzarti dietro una finestra a guardare, vorrei piuttosto darti un calcio in culo e gettarti in mezzo alla gente. Vorrei sapere le "sensazioni VIVE" che provi in mezzo alle cose che accadono nel mondo vivo, fra gente che cerca di svoltare 10mila dopo 10mila per una dose o per portare la cena a casa. Alla gente dell’anima impazzita di Kerouac o di Hemingway non gliene fregava niente, ma amava moltissimo quello che avevano vissuto e le sensazioni che avevano avuto sulla strada o in guerra. Raccontavano pochissimo o nulla di sé, e moltissimo degli altri.
Per pietà nostra, dei nostri lettori e di te stesso, evitiamo di pubblicare la tua recente creazione. Ma se l’avessi scritta a 16 anni avrei detto che era una reazione un po’ esagerata per essersi visto allo specchio con gli occhi arrossati.
Per amore di citazione (non perché amo citare, ma perché amo quello che sto per citare) riporto due righe che risalgono al 1944 da "Diario in pubblico" di Elio Vittorini: "Io penso che sia molta umiltà essere scrittore.
Lo vedo come fu in mio padre, ch’era maniscalco e scriveva tragedie, e non considerava il suo scrivere tragedie di più del suo ferrare cavalli...
Ascoltava quello che chiunque gli diceva, e non scuoteva il capo, dava ragione. Era molto umile nel suo scrivere; diceva di prenderlo da tutti; e cercava, per amore del suo scrivere, di essere umile in ogni cosa: prendere da tutti in ogni cosa."
E finché non sarai altrettanto e giustamente umile, mi rifiuto di parlarne ancora. P.S. Forse sarebbe meglio che usassi la "è" con l’accento acuto per la terza persona singolare presente del verbo essere, e la "é" con l’accento grave per "perché", così come detta la grammatica italiana e, soprattutto, la fonetica. Certo, essendo come Dio...

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